Human Papilloma Virus: Viaggio tra infezione e consapevolezze

Posted on Gen 20, 2014
Aricolo_Pap_Test_Centro_Smile
A cura del Dott. Michele Vanin
Specialista in Ginecologia ed Ostetricia


Quando si parla di Human Papilloma Virus (HPV) si intende una famiglia composta da oltre 120 ceppi di virus di cui 15 risultano essere direttamente responsabili di malattie tumorali a carico dei genitali ed in particolar modo al collo dell’utero ove la presenza del loro DNA si riscontra nel 99,7% dei casi.

Solo in Europa il cancro del collo dell’utero è la seconda causa di mortalità per neoplasia tra le donne di età compresa tra i 15 ed i 45 anni. In Italia vengono registrati 3.500 nuovi casi/anno e 1.700 decessi/anno.

L’HPV è un virus che infetta l’uomo a livello della cute e delle mucose. L’infezione da Papilloma Virus è la più diffusa malattia a trasmissione sessuale, soprattutto in una fascia d’età compresa tra i 20 e 35 anni (maggior rischio di contrarre infezione con l’aumentare dei partner e con situazioni di promiscuità, scarsa conoscenza dell’HPV).  Una percentuale che varia dal 50 all’80 % di individui sessualmente attivi contrae l’infezione nell’arco della propria vita.

Principalmente il contagio avviene per contatto diretto durante i rapporti sessuali. Nella maggior parte dei casi l’infezione è asintomatica, ovvero non produce segni e guarisce spontaneamente.  Le manifestazioni che si riscontrano più frequentemente risultano a carico della cute e delle mucose (vaginali, cervicale, orale, anale).

A livello cutaneo l’infezione si manifesta attraverso i condilomi, escrescenze della cute (volgarmente chiamate anche “creste di gallo”) che tendono ad infestare i genitali esterni, il perineo e la zona anale.  A carico delle mucose si presenta con comparsa di condilomi o più frequentemente con alterazioni delle cellule, lesioni non visibili ad occhio nudo.  Anche di fronte a queste modificazioni si assiste per la maggior parte dei casi ad una guarigione spontanea.  In minor frequenza, invece, vi è la comparsa di alterazioni cellulari compatibili con lesioni pre-neoplastiche che nel tempo possono evolvere in veri e propri tumori.

Nel 1943 Georgios Papanicolaou fu il primo medico a suggerire la possibilità di arrivare a diagnosi precoci di lesioni pre-neplastiche tramite il prelievo di cellule dal collo uterino (prelievo citologico) e dalla loro analisi microscopica: nacque così il Pap Test. Questo esame, eseguito ogni 3 anni, in una popolazione femminile di età compresa tra i 24 e 64 anni, si è infatti rivelato il più efficace mezzo di prevenzione del tumore della cervice andando a diagnosticare stadi precoci della malattia e migliorando così la prognosi delle pazienti.

In Italia questi programmi di screening arrivano a coprire, tra strutture pubbliche e private, il 60% della popolazione femminile.
Un ulteriore passo in avanti nella diagnosi precoce si è ottenuto con la possibilità di isolare il DNA del Papilloma Virus dalle cellule del collo uterino. Questo esame permette di individuare le donne a rischio di sviluppare un tumore quando il Pap Test evidenzia la presenza di alterazioni cellulari.

L’ultima frontiera nella lotta a questo virus è il vaccino.  In commercio ne esistono di due tipi, uno bivalente (contro il ceppo 16 e 18, principalmente correlati a lesioni tumorali) ed uno quadrivalente (verso i ceppi 16, 18, e 6,11 questi ultimi correlati alle lesioni condilomatose).
Nel 2008 l’Italia è stato il primo paese Europeo a partire con una campagna di vaccinazioni a tutte le adolescenti nel dodicesimo anno di vita.  La vaccinazione, successivamente è stata estesa, a livello gratuito, alle ragazze di età compresa tra 12 ed i 16 anni. Per ragazze di età compresa tra i 16 ed i 18 anni la vaccinazione viene prevista solo dietro richiesta dei genitori della ragazza.
Per la scelta della fascia d’età a cui rivolgere queste vaccinazioni ci si è basati sull’evidenza che il vaccino ha una sua massima efficacia se somministrato tra i 9 ed i 15 anni, ma soprattutto in ragazze non in attività sessuale e che dunque non hanno avuto la possibilità di entrare a contatto con il virus.

I dati riportati dal Ministero della Sanità, su oltre 10.000 casi in 4 anni, hanno evidenziato un’elevata efficacia del vaccino nel prevenire le infezioni dei genitali esterni, e nel prevenire il 70% delle lesioni pre- neoplastiche del collo dell’utero.
Nuovi studi riportano un’efficacia di tale vaccino anche per donne di maggiore età che non abbiamo mai contratto l’infezione da HPV (dato che la donna può scoprire facilmente eseguendo il test per la ricerca del DNA virale). In corso ci sono degli studi mirati alla vaccinazione nella popolazione maschile.

Si può quindi affermare che la ricerca è riuscita a creare il primo passo per un vaccino contro un tumore, quello del collo dell’utero.
In conclusione possiamo dire che Pap Test, ricerca del DNA virale e vaccino, combinati insieme, forniscono la possibilità di ridurre drasticamente la comparsa del tumore del collo dell’utero e di altre lesioni neoplastiche correlate all’infezione da HPV e di incidere significativamente sulla mortalità di queste patologie.

Un’ultima riflessione va fatta anche alla popolazione a cui sono riferiti questi preziosi strumenti. Soprattutto a quella fascia di età in cui è rivolta la campagna vaccinale. Recenti sondaggi hanno messo in evidenza in Italia una drammatica mancanza d’informazione sul tema dell’HPV, ed è proprio in questo clima che bisogna evitare di far passare il vaccino come un rimedio universale, perché comporterebbe un abbassamento della guardia verso altrettanti e non meno importanti malattie a trasmissione sessuale.

Si rende pertanto necessaria la creazione di una consapevolezza tra i giovani: una consapevolezza, che tramite un’adeguata istruzione sanitaria e sessuale, li possa portare a vivere una sessualità più responsabile e priva di effetti nocivi sulla propria salute.